App che creano l’amante: la solitudine digitale e l’illusione della compagnia

amante

di Giuseppe Miccoli

A quanto pare esiste ormai un’applicazione capace di generarti un’amante, una fidanzata, una presenza costante e disponibile, modellata sui tuoi gusti e sulle tue fragilità. Un algoritmo pronto a dirti ciò che vuoi sentirti dire. Dove stiamo arrivando, o meglio: dove vogliamo arrivare? La domanda non è retorica. È un campanello d’allarme.

L’idea che un software possa sostituire una relazione non è nuova. Ma oggi la simulazione si è fatta intima, personalizzata, emotiva. L’amante artificiale non è più un’assistente che risponde a domande: è un personaggio costruito per ascoltarti, corteggiarti, desiderarti. Una relazione senza rischio, senza conflitto, senza realtà. In altre parole: un surrogato perfetto del desiderio umano, controllabile come un’app di fitness.

Il paradosso è evidente: viviamo in un tempo in cui la comunicazione è ubiqua, ma la solitudine cresce come un’invasione silenziosa. Queste app non cercano di risolverla: la cavalcano, la alimentano, la normalizzano. La soluzione tecnologica diventa anestesia sociale. Non ci chiede di uscire, incontrare, sbagliare, confrontarci: ci consegna la comodità di un legame che non reclama mai nulla.

C’è poi un aspetto politico, ancora più inquietante, che pochi affrontano. Chi controlla questi amanti digitali? Chi decide il modo in cui ci ascoltano, ci parlano, ci influenzano? Se un partner artificiale può modellare la nostra emotività, allora si apre uno scenario in cui le emozioni diventano un nuovo terreno di sfruttamento, un mercato in cui la vulnerabilità è la vera moneta.

Le app che promettono “compagnia” stanno ridefinendo il concetto stesso di relazione. Non più un incontro tra due libertà, ma una dinamica asimmetrica: da un lato l’umano con le sue paure, dall’altro una macchina progettata per compiacere. È davvero questo che vogliamo? Un mondo dove l’amore si trasforma in servizio, e il servizio in dipendenza?

Eppure non possiamo limitarci alla nostalgia del “come si stava meglio prima”. Il punto non è rimpiangere il passato, ma capire il presente. Perché queste app esistono. E hanno successo. Parlano di un disagio che attraversa generazioni diverse: la difficoltà di essere vulnerabili davanti a un altro umano, l’ansia del rifiuto, il peso della performance sociale. Un amante artificiale offre l’illusione di poterne fare a meno.

Ma è un’illusione, appunto. Una relazione senza l’altro non è una relazione: è un monologo mascherato. E i monologhi, lo sappiamo, non ci salvano. Ci isolano.

La domanda allora torna, più urgente di prima: dove vogliamo arrivare? Non possiamo impedire alla tecnologia di avanzare, ma possiamo decidere il suo senso. Possiamo chiederci quali vuoti stia riempiendo e quali invece stia scavando più profondi. Possiamo scegliere se lasciare che le relazioni si trasformino in prodotti confezionati o se rivendicare la complessità e la bellezza — imperfetta — dell’incontro reale.

Forse dovremmo partire da qui: non dalla paura della tecnologia, ma dalla responsabilità di non delegare alle macchine ciò che ci rende umani. Perché l’amore, quello vero, non si scarica. Si costruisce. Con fatica, con errori, con la sorpresa dell’altro.

E soprattutto: insieme.

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