Caos gambero rosso, pescatori tunisini in protesta: nel mirino l’export verso l’Italia

La crisi del gambero rosso tunisino approda davanti al ministero dell’Agricoltura, delle Risorse idriche e della Pesca a Tunisi.
Pescatori specializzati nella cattura del crostaceo, tra i prodotti più pregiati della pesca mediterranea, hanno organizzato un sit-in per chiedere l’intervento urgente delle autorità dopo le difficoltà registrate nelle esportazioni verso l’Unione europea, in particolare verso l’Italia.
La vicenda
La mobilitazione nasce dal blocco di una partita di gambero rosso tunisino da parte delle autorità italiane. Secondo quanto riportato dalla stampa tunisina, la misura sarebbe legata al presunto superamento delle quote autorizzate per questo prodotto, con conseguenze considerate gravi dagli operatori della filiera, soprattutto nei porti del Nord del Paese, a partire da Ghar El Melh, nel governatorato di Biserta.
I pescatori e gli esportatori chiedono al governo di Tunisi di intervenire presso le autorità italiane ed europee per sbloccare la situazione e difendere il settore. Secondo gli operatori, la quota assegnata alla Tunisia non rifletterebbe la reale capacità produttiva nazionale. Fonti del comparto, citate dai media locali, stimano la produzione tunisina di gambero rosso intorno a 400 tonnellate e denunciano l’assenza di una concertazione sufficiente con pescatori ed esportatori nella definizione dei limiti applicati.
La vicenda ha assunto anche una dimensione tecnica e diplomatica. In una circolare del 5 giugno, il ministero italiano dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste ha segnalato agli operatori della filiera ittica il superamento della quota internazionale Cgpm 2026 attribuita alla Tunisia per il gambero rosso Aristaeomorpha foliacea.
La risposta del Masaf
Secondo il Masaf, il massimale fissato per il 2026 è di 36mila chilogrammi e risulterebbe esaurito dal 15 maggio, mentre i certificati di cattura validati dalle autorità tunisine e destinati al mercato europeo avrebbero raggiunto almeno 50.960 chilogrammi, con un’eccedenza superiore al 41,5%. La stessa informativa italiana richiama il regolamento europeo contro la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, e segnala il rischio di respingimento alla frontiera o diniego all’importazione per i carichi validati dopo l’esaurimento della quota.
Il ministero italiano ha inoltre indicato l’apertura di un canale di cooperazione con le autorità tunisine per chiarire le certificazioni contestate. Per la filiera tunisina, il rischio è immediato: blocco delle merci, costi logistici, perdite commerciali e possibile riduzione degli sbocchi verso uno dei mercati principali. Gli esportatori temono anche ripercussioni sull’occupazione e sugli investimenti nel settore della pesca, in un comparto che dipende in larga parte dall’accesso ai mercati europei. Il caso si inserisce nel più ampio quadro delle misure adottate dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo, organismo della Fao, per rafforzare la gestione sostenibile degli stock ittici e dei crostacei profondi nel Mediterraneo centrale.
Per Tunisi, tuttavia, la vertenza è ormai anche economica e sociale: i pescatori chiedono una revisione del dossier e una soluzione rapida per evitare che una disputa sulle quote si trasformi in una crisi strutturale per una delle filiere più redditizie della pesca tunisina.







