La Sicilia conferma il primato delle flotte in Italia, ma manca il ricambio generazionale: il report Ue

pescherecci tunisia

Sicilia epicentro produttivo e comunità di pescatori più numerosa in Italia, ma anche terra soffocata da una profonda crisi e un forte isolamento delle marinerie. Sono questi alcuni degli elementi emersi dal report della Commissione Europea Social Data in Eu Fisheries, che ha così risposto a delle domande ben specifiche: qual è il prezzo sociale che le nostre marinerie pagano per portare il pesce sulle tavole europee? E in che modo Bruxelles può salvare un settore storico, come quello siciliano, stretto tra vincoli ecologici e crisi demografica?

Redatto dal comitato Stecf, il documento introduce per la prima volta un monitoraggio sulla sostenibilità sociale, superando la logica puramente economica ed ecologica della Politica comune della pesca. I dati dell’Italia, 15% della flotta Ue, delineano una radiografia scientifica essenziale per orientare l’azione al Parlamento Europeo, specialmente per chi persegue obiettivi di equità territoriale, legalità e valorizzazione dei lavoratori del mare.

Un’analisi su come blindare i fondi europei dalle infiltrazioni criminali, come contrastare il bracconaggio ittico transnazionale nel Mediterraneo e quali battaglie condurre a Bruxelles per garantire tutele reali ai lavoratori e reciprocità rispetto ai mercati extra-Ue. La difesa delle nostre marinerie e l’equità sociale nel Mezzogiorno passano inevitabilmente da un principio cardine: non può esserci vera transizione ecologica senza il rispetto delle regole e la tutela del lavoro onesto.

Il primo grande allarme lanciato dall’Asor riguarda la contrazione occupazionale e la crisi demografica. A livello europeo, l’occupazione totale nella pesca è diminuita del 15% dal 2017 al 2023, mentre i posti di lavoro misurati in Equivalenti a Tempo Pieno (Fte) sono crollati del 25%.

L’Italia riflette perfettamente questa crisi, mostrando un’elevata parcellizzazione. Nel 2023, la flotta italiana contava circa 20.745 addetti, corrispondenti a 13.367 Fte. Il dato più critico sul fronte dei diritti e della stabilità sociale è legato al ricambio generazionale: la forza lavoro sta invecchiando rapidamente, con oltre il 71% dei pescatori europei che ha un’età superiore ai 40 anni. La mancanza di attrattività per i giovani è legata sia alla precarietà intrinseca dei regimi salariali, spesso basati sulla “pesca alla quota” o sulla suddivisione alla parte, sia a sistemi di ammortizzatori sociali storicamente deboli rispetto ad altri comparti industriali.

La crisi demografica della pesca estrattiva trova un parziale contrappeso nell’acquacoltura marina in gabbia offshore (allevamento di spigole e orate), comparto in cui la Sicilia, insieme alle lagune dell’Alto Adriatico, rappresenta l’avanguardia nazionale. Qui la forza lavoro è anagraficamente più giovane rispetto ai pescatori tradizionali, ma sconta una quasi totale assenza di occupazione femminile nelle gabbie in mare, relegata esclusivamente ai laboratori a terra

Inoltre, il report solleva un problema di inclusione e tutele per il lavoro femminile e familiare. In Italia la presenza delle donne “in mare” rimane bassissima, ma il loro contributo a terra (amministrazione, riparazione reti, logistica) è massiccio sotto forma di “lavoro non retribuito” (unpaid labour) all’interno delle micro-imprese familiari.

Proteggere i diritti di questi lavoratori significa richiedere a Bruxelles l’applicazione effettiva di direttive europee sulla parità di trattamento dei lavoratori autonomi e dei coniugi coadiuvanti, traducendo il concetto di “sostenibilità sociale” in contratti dignitosi e tutele previdenziali reali.

L’analisi territoriale dell’Asor evidenzia che l’occupazione nella pesca italiana è fortemente concentrata nelle regioni meridionali e nelle isole, con la Sicilia e la Puglia che registrano le quote più elevate di pescatori e imbarcazioni. Questo dato sposta il dibattito dalla semplice gestione delle risorse ittiche alle politiche di sviluppo regionale.

La pesca artigianale e i borghi marinari siciliani non possono sopravvivere isolati. Qui entra in gioco il ruolo strategico dei Fondi di Coesione, pilastro della programmazione finanziaria europea difeso in Commissione Regi. Il report mette in luce come la progressiva riduzione dei giorni in mare (dovuta ai piani di gestione pluriennali del Mediterraneo occidentale e ai tagli dello sforzo di pesca, ridottosi del 22% in un decennio) stia minando la redditività complessiva dei porti.

Nel 2023, la flotta italiana ha registrato una netta perdita economica complessiva. La Sicilia non solo concentra la maggior densità di pescatori, ma detiene la percentuale più alta di flotta attiva (superiore all’87%) rispetto alla media nazionale fermatasi all’83%, dimostrando quanto l’economia dei piccoli comuni costieri dipenda visceralmente dall’uscita in mare dei pescherecci.

Si assiste a un evidente controsenso con l’aumento della domanda di pesce da parte dei consumatori, ma il calo drastico dei pescatori attivi. Per evitare lo spopolamento delle marinerie, i Fondi di Coesione e i fondi strutturali regionali devono finanziare la diversificazione economica (come il pescaturismo e l’ittiturismo) e la modernizzazione delle infrastrutture portuali (catena del freddo, banchine e mercati ittici digitali).

L’obiettivo politico a Bruxelles consiste nell’impedire che i tagli al bilancio della Coesione post-2027 sottraggano risorse vitali a queste comunità costiere, che vedono nella pesca non solo un’attività economica, ma un presidio antropologico e culturale.

Il comparto ittico italiano è fortemente polarizzato. Il report segnala che la flotta nazionale è dominata numericamente dalla piccola pesca costiera (Sscf – Small-Scale Coastal Fisheries), che rappresenta ben il 66% dei vascelli registrati, impiegando il 47% della forza lavoro totale. Tuttavia, questa stragrande maggioranza di imbarcazioni artigianali (sotto i 12 metri e con attrezzi passivi) esprime appena il 9% della stazza lorda (Gt) complessiva, la quale è invece concentrata nelle mani della pesca strascicante e industriale (Lsf).

Questa asimmetria strutturale si riflette sull’accesso ai finanziamenti europei del Feampa (Fondo Europeo per gli Affari Marittimi, la Pesca e l’Acquacoltura). Storicamente, i criteri burocratici complessi hanno favorito i grandi armatori, capaci di gestire le rendicontazioni europee, escludendo i piccoli pescatori artigianali siciliani.

Lo studio Stecf rileva che proprio la piccola pesca garantisce il maggior tasso di occupazione locale per tonnellata di pesce sbarcato, oltre a presentare un impatto ambientale notevolmente inferiore. L’azione politica deve quindi mirare a una “semplificazione mirata” dei bandi Feampa, introducendo canali di finanziamento riservati e agevolati per la flotta artigianale, incentivando la formazione professionale e l’innovazione ecologica delle piccole imprese.

Nell’isola, il Feampa (Fondo Europeo per gli Affari Marittimi, la Pesca e l’Acquacoltura) 2021-2027 è gestito direttamente dal Dipartimento della Pesca Mediterranea della Regione Siciliana, che opera in qualità di Organismo Intermedio. Le priorità strategiche del programma si concentrano su quattro pilastri: la promozione di una pesca commerciale sostenibile e competitiva; il sostegno a investimenti innovativi e a basse emissioni per l’acquacoltura e la trasformazione; lo sviluppo locale di tipo partecipativo (CLLD) guidato dai GAL della Pesca (ex FLAG); e il potenziamento della governance internazionale tramite la raccolta dei dati scientifici nel bacino del Mediterraneo.

Sul fronte operativo, la Regione Siciliana sta accelerando la pubblicazione dei bandi del nuovo ciclo di programmazione, introducendo importanti novità proprio nel periodo recente. Tra i provvedimenti più significativi di giugno 2026 spicca il bando dedicato alle Imprese Acquicole (Ob. 2.1 Azione 5). Questa misura punta a rafforzare la resilienza del comparto finanziando la diversificazione del reddito attraverso lo sviluppo di attività complementari. L’agevolazione prevede contributi a fondo perduto fino al 50% delle spese ammissibili, con un tetto massimo fissato a 150.000 euro per singolo beneficiario.

Accanto al sostegno per l’allevamento ittico, restano centrali gli incentivi per le marinerie e la flotta artigianale. È attualmente aperto il bando Diversificazione Piccola Pesca Costiera (Codice 111102_DIV), una misura strategica che scadrà il prossimo 13 luglio 2026. L’obiettivo è finanziare progetti di pescaturismo, ittiturismo e attività connesse alla blue economy, offrendo ai piccoli pescatori un’alternativa concreta per integrare il proprio reddito a fronte della riduzione dei giorni in mare.

A questo si affianca il bando per Investimenti a Bordo e nei Porti (Codice 111302), finalizzato a migliorare la sicurezza, le condizioni di lavoro e la qualità delle produzioni, con un focus specifico rivolto alla salvaguardia e valorizzazione delle storiche feluche. Si è invece concluso ufficialmente il 22 giugno 2026 lo sportello da 2 milioni di euro destinato alla diversificazione delle generiche imprese di pesca. La platea dei beneficiari abilitati ad accedere ai contributi regionali del Feampa è ampia e mira a coprire l’intera filiera: dai pescatori autonomi e armatori iscritti nei compartimenti marittimi siciliani, fino alle micro, piccole e medie imprese di trasformazione, alle Organizzazioni di Produttori (OP) e agli enti pubblici locali per l’ammodernamento delle infrastrutture portuali.

In un contesto in cui il report europeo evidenzia la forte asimmetria tra la piccola pesca artigianale e la pesca industriale, l’efficacia del Feampa dipenderà dalla capacità di semplificare l’accesso a queste risorse.

Un nodo cardine che unisce le dinamiche occupazionali alla tutela della legalità riguarda l’evoluzione della forza lavoro e l’apertura internazionale dei mercati.

Il report segnala a livello europeo un incremento della presenza di lavoratori non-Ue (saliti al 10% del totale della forza lavoro), impiegati soprattutto nei segmenti industriali più capital-intensive. Se da un lato ciò risponde alla carenza di manodopera nazionale, dall’altro espone il settore al rischio di caporalato e dumping sociale se non supportato da rigidi controlli ispettivi.

Inoltre, lo squilibrio economico descritto dal report (l’Italia è un forte importatore netto di prodotti ittici) espone il mercato interno alla concorrenza sleale di paesi terzi del Nord Africa e del bacino del Mediterraneo extra-UE. Mentre i pescatori siciliani sono sottoposti a rigide quote di cattura, fermi biologici e controlli satellitari europei, le flotte straniere operano spesso in regime di deregolamentazione, alimentando fenomeni di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (pesca IUU) e bracconaggio ittico.

Proprio di fronte a queste minacce esterne, il report evidenzia come l’Isola riesca a resistere grazie alla filiera agroalimentare a terra: la Sicilia è indicata infatti come l’epicentro dei grandi stabilimenti storici per la lavorazione industriale del tonno e la salagione delle acciughe, un comparto che genera un forte valore aggiunto e che, a differenza dei pescherecci, impiega una quota massiccia di manodopera femminile nelle linee di confezionamento manuale.

I dati macroeconomici dell’Asor dimostrano che la spesa delle famiglie per il cibo ittico è salita del 6% a causa dell’inflazione; tutelare questa filiera e i consumatori richiede un potenziamento delle agenzie europee di controllo (come l’Efca) e l’introduzione di severe clausole di reciprocità sociale e ambientale nei trattati commerciali dell’Ue, affinché nessun alimento derivato da sfruttamento o illegalità possa competere con l’economia onesta della manifattura ittica e delle marinerie italiane.

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