Lavoro, tra paura e adattamento: l’illusione della sostituzione e la sfida dell’evoluzione

Articolo – di Giuseppe Miccoli

Due parole dominano il dibattito sull’intelligenza artificiale e il lavoro: sostituzione ed evoluzione. È da questa tensione che parte l’analisi del recente rapporto della Fondazione Randstad, che fotografa un mercato del lavoro italiano attraversato da una trasformazione profonda, ma ancora aperta.

La “sostituzione” è la parola che più colpisce. Evoca uno scenario netto: macchine che prendono il posto degli esseri umani, lavori che scompaiono, competenze che diventano inutili. Secondo il rapporto, circa 10,5 milioni di lavoratori in Italia sono altamente esposti all’impatto dell’intelligenza artificiale. Si tratta soprattutto di figure meno qualificate — operai, impiegati, lavoratori manuali — dove l’automazione e l’AI si inseriscono con maggiore facilità nelle attività quotidiane.

Ma fermarsi qui sarebbe un errore. Perché accanto alla sostituzione emerge una seconda parola, meno definitiva ma più complessa: evoluzione. Non tutto scompare. Molto si trasforma. L’intelligenza artificiale non cancella il lavoro, lo modifica. Introduce nuove figure professionali — data scientist, esperti di machine learning, specialisti della sicurezza informatica — e ridefinisce quelle esistenti.

Il punto, allora, non è se l’AI sostituirà l’uomo, ma come l’uomo si adatterà all’AI. E qui il quadro si fa più articolato. Non esiste un settore completamente immune. Cambia però il tipo di esposizione: l’automazione incide maggiormente sui lavori manuali e ripetitivi, mentre l’intelligenza artificiale interviene sulle attività cognitive, anche ad alto livello. In mezzo, le professioni intermedie — amministrative, commerciali — risultano le più vulnerabili, perché attraversate da entrambe le dinamiche.

Il rischio non è distribuito in modo uniforme. Colpisce i più giovani, spesso con minori qualifiche, ma anche profili altamente specializzati, soprattutto nei settori della comunicazione, della finanza e dei servizi. È una trasformazione trasversale, che non risparmia nessuno.

Eppure, dentro questa trasformazione, si apre uno spazio. L’AI può compensare il calo demografico previsto nei prossimi anni — circa 1,7 milioni di lavoratori in meno entro il 2030 — e può diventare uno strumento di supporto, non solo di sostituzione. Ma a una condizione: che il sistema educativo cambi.

Il rapporto è chiaro su questo punto. Serve una riforma radicale delle competenze. Non solo digitali, ma cognitive. Pensiero critico, capacità di analisi, autonomia nel rapporto con la tecnologia. Non basta usare l’AI, bisogna saperla interrogare. Non basta ricevere risposte, bisogna formulare le domande giuste.

Il vero rischio, infatti, non è tecnologico. È culturale. È quello che gli analisti definiscono “passività cognitiva”: delegare alla macchina non solo il lavoro, ma anche il pensiero. In questo scenario, l’AI smette di essere uno strumento e diventa una dipendenza.

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