L’ultimo squillo che non abbiamo ascoltato: nostalgia di una notte senza notifiche

Articolo – di Giuseppe Miccoli

Non lo sapevamo. Non potevamo saperlo. Che quello sarebbe stato l’ultimo squillo. Fatto o ricevuto, nel cuore della notte, con il telefono nascosto sotto il cuscino e il silenzio della casa a fare da complice. Bastava uno squillo, uno solo, e dentro quel gesto minimo c’era tutto: attesa, presenza, emozione.

Il nostro Nokia 3330 non era solo un telefono. Era un codice. Era un linguaggio segreto. Uno squillo significava “ci sono”, due squilli “ti penso”, tre squilli forse qualcosa di più. Non servivano parole, non servivano chat infinite. Bastava quel segnale breve, quasi invisibile, per accendere qualcosa che continuava dentro di noi.

Poi si spegneva tutto. Lo schermo tornava nero. E restavamo lì, nel buio, a pensare. A immaginare. A costruire nella testa conversazioni che non avevamo avuto, scenari che non esistevano, possibilità che si nutrivano proprio dell’assenza. Era in quel vuoto che nasceva il sogno.

Oggi non funziona più così. Non c’è spazio per l’attesa, perché tutto è immediato. Non c’è spazio per l’immaginazione, perché tutto è già mostrato, detto, spiegato. I messaggi arrivano, si accumulano, si sovrappongono. Non c’è più il silenzio dopo lo squillo. C’è un flusso continuo che non lascia tempo di restare.

E allora viene da chiedersi: quando è stata l’ultima volta che abbiamo immaginato davvero qualcosa? Non reagito, non risposto, non consumato. Ma immaginato. Quando abbiamo lasciato che un gesto incompleto, una parola non detta, una presenza appena accennata diventasse qualcosa di più grande dentro di noi?

Quel mondo non era migliore per tecnologia. Era più povero, più limitato. Ma proprio per questo ci costringeva a riempire gli spazi vuoti con qualcosa che oggi rischiamo di perdere: la nostra capacità di stare dentro un pensiero.

Forse non ci siamo resi conto di quando è finita. Come succede sempre. Non c’è stato un ultimo squillo consapevole, non c’è stato un addio. Semplicemente, a un certo punto, abbiamo smesso.

E allora fermiamoci un attimo. Davvero. Spegniamo il rumore, almeno per qualche minuto. E chiediamoci: siamo ancora capaci di viaggiare con l’immaginazione, o abbiamo bisogno che tutto ci venga mostrato?

Perché forse la cosa che abbiamo perso non è uno squillo.
È tutto quello che succedeva dopo.

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