“Morire adesso non serve”: Sanguineti, 2006, e la lucidità del tempo che resta

Nel 2006, Edoardo Sanguineti pronuncia una frase che non ha nulla di consolatorio e ancora meno di retorico: “perché mi accorgo che morire adesso non serve”. È una formula spiazzante, perché sottrae la morte sia alla dimensione del destino sia a quella della scelta, collocandola in un terreno più ambiguo, dove il problema non è se morire, ma quando e perché.

Sanguineti non parla da una posizione astratta, ma da una condizione concreta, quella di un uomo anziano che non ha ancora “giudicato il morire”, che non ha cioè deciso quale senso attribuirgli, e proprio per questo lo sospende, lo rinvia, lo tiene fuori campo finché la vita continua ad avere una funzione riconoscibile. Non è un rifiuto della morte, ma una valutazione temporanea: finché serve vivere, il morire non entra nel discorso.

Nel suo ragionamento si incrina anche l’idea, diffusa e semplificata, che si muoia per decisione, perché dentro l’individuo — suggerisce — si muovono dinamiche più complesse, conflitti, pulsioni, strategie inconsce che possono portare a forme indirette di autodistruzione senza mai trasformarsi in una volontà dichiarata. La vita, allora, non è una linea coerente, ma un campo di tensioni in cui il continuare a vivere diventa esso stesso un indizio, una prova, quasi un fatto materiale di resistenza.

C’è, in queste parole, anche una dichiarazione implicita di volontà: il fatto di essere ancora in buona salute, di “stare in piedi”, diventa per Sanguineti un segno di una volontà di vivere che non si proclama ma si constata, che non si argomenta ma si verifica nel tempo. Non è una scelta ideologica, ma una condizione che si impone da sé.

Eppure, accanto a questa sospensione, emerge una richiesta precisa, quasi radicale: sapere. Sanguineti rifiuta l’idea di una morte inconsapevole, di un passaggio che avviene nel sonno, senza percezione, senza coscienza. L’idea di “andare a dormire e non svegliarsi più” non lo rassicura, ma lo disturba, perché elimina la possibilità di attraversare il momento, di riconoscerlo, di viverlo fino in fondo.

Non chiede un’attesa infinita, anzi la rifiuta: non quarant’anni di previsione, non mesi sospesi, ma un tempo breve, definito, sufficiente a comprendere che “la partita sta per chiudersi”. Una soglia minima di consapevolezza, non per organizzare, non per decidere cosa fare, ma semplicemente per sapere che si sta finendo.

È qui che il discorso si fa più netto: Sanguineti non costruisce un’etica della morte, non propone modelli, non suggerisce comportamenti. Anzi, quando accenna alle ultime ore, si ferma, si sottrae, dichiara di non volerci pensare e di non volerlo dire nemmeno a sé stesso. C’è un limite, una zona che resta privata, irriducibile al linguaggio.

Il senso, allora, non sta nel finale, ma nella sospensione, in quel momento in cui la vita continua e la morte non serve ancora.

E finché non serve, resta fuori.

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