Morto tra i ghiacci e le montagne: Doug Allan, lo sguardo che ci ha insegnato la natura

di Giuseppe Miccoli
È morto in Nepal, durante un trekking. Non in uno studio, non lontano da ciò che aveva raccontato per tutta la vita, ma immerso nella natura. Così se ne va Doug Allan, uno dei più importanti cameraman naturalistici della televisione contemporanea. Aveva 74 anni.
Per decenni è stato l’occhio dietro alcune delle immagini più potenti mai trasmesse dalla BBC. Serie come The Blue Planet, Planet Earth e Frozen Planet non sono state solo documentari, ma un modo nuovo di guardare il mondo. Allan non si limitava a filmare la natura: la abitava. Passava centinaia di giorni sul campo, spesso in condizioni estreme, per avvicinarsi a ciò che normalmente resta invisibile.
Il suo lavoro è stato profondamente legato a quello di David Attenborough, con cui ha condiviso anni di produzione e una visione comune: raccontare il pianeta non come sfondo, ma come protagonista. In questo senso, Allan è stato davvero un pioniere. Non solo per la tecnica, ma per l’approccio. Per la capacità di trasformare la distanza tra uomo e natura in prossimità.
Otto Emmy Awards, un riconoscimento come OBE per i servizi resi ai media e alla consapevolezza ambientale: numeri che raccontano il successo, ma non spiegano fino in fondo il suo impatto. Perché il suo lavoro ha fatto qualcosa di più raro: ha cambiato lo sguardo del pubblico. Ha reso visibile ciò che era remoto, fragile, spesso ignorato.
Orsi polari, balene, paesaggi estremi. Non erano solo immagini spettacolari. Erano incontri. Momenti di intimità tra l’uomo e il mondo naturale, costruiti con pazienza, rischio e rispetto. Un modo di raccontare che oggi, nell’epoca della velocità e della semplificazione, appare ancora più prezioso.
La sua morte, avvenuta “immerso nella natura e circondato da amici”, come riferito dal suo management, sembra chiudere un cerchio. Una vita interamente dedicata a osservare, documentare, restituire.
Resta una domanda, inevitabile: cosa resta di uno sguardo quando chi lo ha costruito non c’è più? Nel caso di Doug Allan, resta un archivio visivo che è anche un archivio etico. Un invito a guardare il mondo non solo per quello che offre, ma per quello che rischia di perdere.
In un tempo in cui la natura è sempre più minacciata e sempre meno vissuta, il suo lavoro continua a fare ciò che ha sempre fatto: avvicinare. E forse, ancora oggi, insegnare a vedere.






