Quando partire significava sparire: l’Erasmus lento prima della connessione continua

Articolo – di Giuseppe Miccoli

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui partire per un Erasmus significava davvero partire. Non un’estensione della propria quotidianità, non una replica digitale della vita lasciata a casa, ma una frattura. Un’interruzione quasi radicale del contatto, una sospensione fatta di attese, silenzi e poche, preziose comunicazioni.

All’inizio degli anni Duemila, uno studente italiano in Spagna non era raggiungibile in ogni momento. Il cellulare, con la sua SIM italiana, era poco più di un oggetto simbolico: inutilizzabile per la maggior parte del tempo, troppo costoso per essere acceso senza motivo. Restava lì, spento o quasi, come un dispositivo d’emergenza. Non per raccontare la quotidianità, ma, paradossalmente, solo per le notizie gravi, quelle che non potevano aspettare.

Le comunicazioni con la famiglia avevano un ritmo lento, quasi rituale. Una telefonata a settimana, spesso da un telefono fisso o da una cabina, era il momento in cui condensare giorni interi di vita. Non c’erano aggiornamenti continui, ma racconti selezionati, pensati, a volte persino filtrati. I genitori, dal canto loro, imparavano ad aspettare. A fidarsi del silenzio, a non interpretarlo come assenza ma come distanza necessaria.

Poi c’era Skype, ancora acerbo, intermittente, quasi un lusso tecnologico. Non sempre funzionava, non sempre c’era una connessione stabile. Quando però si riusciva a stabilire quel collegamento, la voce e il volto diventavano un evento. Non una routine, ma qualcosa di straordinario, da preparare e quasi da celebrare.

Con i professori si comunicava via email, con tempi lunghi, formali, misurati. Nessuna risposta immediata, nessuna pressione dell’istantaneità. E con gli amici? MSN Messenger, ma solo quando c’era internet, solo quando la Wi-Fi – ancora una parola nuova – era disponibile. Le conversazioni erano sporadiche, spesso spezzate, ma forse proprio per questo più intense. Non si parlava per riempire il tempo, ma perché c’era qualcosa da dire.

E poi c’erano le cartoline. Oggetti fisici, tangibili, destinati ai nonni o a chi restava lontano dal digitale. Arrivavano dopo giorni, a volte settimane, ma portavano con sé una scrittura pensata, una calligrafia, un segno concreto del passaggio in un luogo. Non erano aggiornamenti, erano tracce.

In quell’Erasmus c’era una forma di solitudine che oggi fatichiamo a comprendere. Non necessariamente negativa, ma strutturale. Una solitudine che obbligava a costruire relazioni nuove, a vivere pienamente il contesto in cui ci si trovava, senza la possibilità di rifugiarsi continuamente nella propria rete originaria.

Oggi partire non significa più sparire. Significa, al contrario, restare costantemente connessi. Videochiamate quotidiane, messaggi istantanei, social network che raccontano ogni momento. Nulla si perde, tutto si condivide. Eppure, qualcosa si dissolve: quella distanza che permetteva di cambiare davvero, di trasformarsi senza essere osservati in tempo reale.

Forse quell’Erasmus era più difficile. Ma forse era anche più autentico. Perché crescere, in fondo, ha sempre avuto bisogno di un po’ di silenzio. E il silenzio, oggi, è diventato il vero lusso.

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